L’impatto della citizen science: storie di successo

Oct 2024 – Antonio Massariolo

Tra il 60 e il 17% dei suoli dell’Unione Europea risultano essere insalubri. Ogni anno un miliardo di tonnellate di suolo è portato via dall’erosione ed i costi connessi al degrado del suolo sono stimati a oltre 50 miliardi di euro all’anno. Quando parliamo di suoli dobbiamo partire da questi dati per capire l’importanza di un monitoraggio e di una salvaguardia precisa e tempestiva. I suoli infatti sono delle componenti chiave dei nostri ecosistemi e forniscono tra il 95% ed il 99% del nostro cibo. 

L’Unione Europea, proprio per quanto riguarda il suolo, ha una strategia che definisce le misure per proteggere, ripristinare lo stato dei suoli degradati e garantire che siano utilizzati in modo sostenibile da qui al 2030. La nuova normativa, come dichiarato anche dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, “ si collega alle diverse politiche europee già adottate nel quadro del Green Deal europeo, come la Strategia UE sulla biodiversità, la Strategia UE di adattamento ai cambiamenti climatici, la Strategia UE in materia di sostanza chimiche, la Strategia UE Farm to Fork, la missione di ricerca del Green Deal sulla salute dei suoli, il Piano di Azione dell’UE: “Verso l’inquinamento zero per l’aria, l’acqua e il suolo” e ancora la Strategia UE per le Foreste ed il Regolamento sul suolo, cambi d’uso del suolo e silvicultura (LULUCF) adottate nel Pacchetto Fit for 55, oltre che alla Politica Agricola Comune (PAC) 2023-2027”.

Parlare di suolo, analizzare la sua salute, significa parlare di un qualcosa di fondamentale per la nostra sopravvivenza come specie.  Il suolo “è una risorsa naturale finita e non rinnovabile che immagazzina, filtra e trasforma molte sostanze, inclusi acqua, nutrienti e carbonio. Il suolo è cruciale per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici, la produzione agricola e la sicurezza alimentare, preservando la natura e la biodiversità”. Questa è la premessa di uno studio intitolato “La scienza partecipativa dei cittadini sul suolo: una risorsa inutilizzata per la ricerca europea sul suolo”.

I ricercatori, tra cui Sara Di Lonardo del National Biodiversity Future Center (NBFC), hanno condotto un’indagine online e descritto 24 progetti europei di citizen science sui suoli agricoli in tutta Europa. La citizen science è quella scienza che si realizza con il contributo del cittadino, cioè quella in cui i progetti prevedono il coinvolgimento delle comunità e la ricerca della loro partecipazione nella classificazione, nella raccolta o nella co-creazione dei dati. 

Ma come si fa la citizen science? Nel 2015, l’ECSA, cioè Associazione Europea della Citizen Science ha sviluppato delle linee guida. Ne sono nati dieci diversi principi che forniscono un punto di riferimento per esaminare i progetti esistenti di citizen science e supportare lo sviluppo di nuovi progetti di alta qualità. 

Proprio in base a questi principi i ricercatori hanno provato ad analizzare 24 progetti europei di citizen science, identificando i vari fattori di successo. per farlo il team ha condotto un’indagine online invitando esperti del programma EJP SOIL ed altre persone a compilare il questionario online. 

In totale i questionari somministrati sono stati 106 ma solamente 58 sono stati quelli completati. Di questi, due progetti sono stati esclusi perché non focalizzati sul suolo. La maggior parte dei rispondenti erano membri di un istituto di ricerca (59%) o di un’università/college (21%). Alcuni provenivano da aziende (4%), ONG (4%) o uffici amministrativi governativi (5%). Quasi tutti però hanno riportato di essere familiari con il concetto di citizen science e solamente una persona ha dichiarato di non aver mai sentito parlarne prima. 

I progetti di citizen science analizzati avevano diverse caratteristiche e la gran parte di essi ( circa il 90%) coinvolgeva paesi dell’Europa occidentale (Francia, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi e Irlanda). I progetti a livello nazionale rappresentavano il 63%, quelli a livello locale o regionale il 17% e solo il 13% dei progetti copriva l’intera Europa. Anche il budget per i progetti variava molto: il 25% aveva un budget inferiore a 50.000 €, il 45% un budget tra 50.000 € e 500.000 € e il 30% un budget superiore a 500.000 €. I progetti erano principalmente finanziati da agenzie nazionali di finanziamento della ricerca (42%), seguite da fondazioni/ONG/associazioni (33%) e agenzie nazionali di finanziamento agricolo o ambientale (17%) e per la maggior parte (circa il 60%) durava meno di 3 anni, con una forbice che andava da un minimo di sei mesi ad un massimo di 11 anni e mezzo.

L’analisi ha quindi mostrato che i progetti di citizen science seguono ampiamente i 10 principi dell’ECSA. I cittadini hanno partecipato in diversi modi alle varie fasi del processo scientifico, ma sono stati principalmente coinvolti come contributori di dati (88%). Ad oggi, il metodo dominante per coinvolgere i cittadini nella ricerca scientifica è stato il metodo “contributivo”, dove i cittadini raccolgono e inviano principalmente dati osservativi. Lo studio però mette in evidenza come in alcuni progetti i cittadini siano stati coinvolti anche proprio come co-leader di progetto. Questo significa che la comunità della citizen science sta esplorando nuovi modi e metodi “collaborativi” e “co-creativi”, dove il pubblico non è solo coinvolto solamente nella raccolta dei dati, ma anche nella progettazione dei progetti, nell’analisi degli stessi e nello sviluppo delle domande di ricerca. “Con un coinvolgimento più profondo dei cittadini nella ricerca scientifica – scrivono i ricercatori – emergono molteplici benefici, come opportunità di apprendimento per i cittadini, maggiore fiducia pubblica nella ricerca e risultati di ricerca più efficaci”. 

L’analisi in questione, come abbiamo visto, ha approfondito solamente progetti di citizen science rivolti ai suoli ed il numero totale analizzato non è certo ingente. La ricerca però è interessante perché affronta una tematica che, anche grazie alle nuove tecnologie, può essere sempre più sfruttata e con risultati sempre più affidabili. Come hanno dichiarato gli stessi ricercatori nelle conclusioni “promuovere la co-creazione, favorire le reti di condivisione delle conoscenze e abilitare la comunicazione e l’impegno a lungo termine con i cittadini sono tutti fattori di successo che aiuteranno a sfruttare questa risorsa e a promuovere ulteriormente il coinvolgimento dei cittadini”. Coinvolgere più persone nel processo significa anche dare fiducia ai cittadini che di conseguenza, essendo partecipi di una o più fasi del processo scientifico, possono di conseguenza riporla sulla scienza.

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